Mi avevano chiesto una parola per raccontare il brano.
Ho detto: vaso.
Non so perché.
Probabilmente pensavo al termine “invasato”.
E a una cosa che ho capito da un po’: noi artisti non abbiamo le idee.
Sarebbe presuntuoso.
Le intercettiamo.
Sono già nell’aria.
Più siamo vuoti, più ne ospitiamo.
Liberi dall’ego. Dalle paure. Dall’odio.
Ma se il vaso si crepa?
Se dalle fessure sfugge tutto?
Se siamo in frantumi, non conteniamo niente.
E prima o poi capita.
Si chiama kintsugi.
Mettere insieme i cocci.
Sigillare le crepe.
Con l’oro.
Prima di salire, pizza tutti insieme.
Francesco dice che al sound check le mani non rispondevano.
Le dita atrofizzate.
Io che di solito smetto di mangiare alle 16.
Il digiuno. Parte della routine.
Così la sera sono leggero. Vigile.
Quella sera ho fatto uno strappo.
Salgo sul palco.
La pizza ancora lì.
Senza discorso preparato.
A metà del discorso Francesco mi guarda.
Come dire: ma quanto parli?
“Dacci un taglio.”
Non vedo il pubblico.
Non so se ho rotto.
Ma ormai sono a metà.
Concludo.
Poi canto “Crepe”.
Mi mangio le parole in tre punti.
Nonostante tutte le prove.
E stono nel finale.
Francesco dice che ha suonato così e così.
Io non me ne sono accorto.
Insomma, tutto storto.
Proprio per questo, esattamente come doveva essere.
Ecco le foto.
Se guardate bene, forse le vedete.
Le crepe. La pizza.

